Esentasse per i cittadini dei comuni sopra i 1000 metri

La legge 131/2025, voluta dal ministro Calderoli, avrebbe dovuto mettere ordine nella definizione dei Comuni montani e nelle misure di sostegno. Invece ha aperto un fronte di polemiche, generando incertezze giuridiche. Soprattutto in Abruzzo, dove 26 Comuni rischiano di restare fuori dai sostegni previsti dal governo.

I Comuni abruzzesi esclusi sono:  Turrivaligiani, Penne, Bolognano, Manoppello e Scafa per la provincia di Pescara. Invece, trovaimo Casalanguida, Dogliola, Archi, Fresagrandinara, Furci, Gissi, Lentella, Roccascalegna, Atessa, Casoli, Cupello, Monteodorisio, Roccamontepiano e Scerni in provincia di Chieti. Infine, nel teramano Castiglion Messer Raimondo, Castilenti, Cellino Attanasio, Montefino, Atri, Canzano e Notaresco.

Tutti sottolineano la tutela delle aree interne e le misure anti-spopolamento, ma la vera questione è un’altra, ossia quali criteri devono stabilire chi ha diritto agli aiuti e chi no?

Ed è qui che entra in gioco una proposta che fa rumore.

Sopra i 1000 metri niente tasse per i residenti: una proposta che può far discutere

Esentasse per i cittadini dei comuni sopra i 1000 metri

Il sindaco di Gamberale, Maurizio Bucci, ha lanciato una proposta anti-spopolamento: chi vive stabilmente sopra i 1000 metri di altitudine dovrebbe essere esentato dal pagamento di tasse e tributi allo Stato.

Una proposta forte, sostenuta anche dal sindaco di Atessa, Giulio Borrelli. Secondo il loro punto di vista, questa misura non metterebbe in crisi il bilancio statale, poichè riguarderebbe un numero limitato di contribuenti. Si tratterebbe di un intervento sostenibile per i conti pubblici e avrebbe un impatto immediato. Cioè rendere più conveniente restare in montagna o scegliere di trasferirsi. 

Ma senza una visione d’insieme, ogni intervento sarebbe parziale e inefficace. Quindi una domanda è inevitabile:  È giusto che chi vive a 1000 metri sia esentasse? 

Ci sono paesi a 700 o 800 metri che offrono pochissimi servizi, che perdono giovani ogni anno, che vedono chiudere scuole, ambulatori, attività commerciali. Sono meno montani? Meritano meno sostegno? Davvero lo spopolamento si misura con un altimetro?

Se l’obiettivo primario è evitare che le persone lasciano i paesi di montagna per trasferirsi nei centri più serviti, allora il criterio della sola altitudine rischia di essere una scorciatoia pericolosa.

Un vertice anche a Schiavi d’Abruzzo: necessario rivedere i criteri, tenendo conto del disagio reale

Il dibattito sulla legge 131/2025 si è acceso anche a Schiavi d’Abruzzo, comune a 1172 metri sul livello del mare con una popolazione che oscilla tra i 650 e i 750 abitanti.

Qui si sono incontrati diversi amministratori e sindaci tra cui il sindaco di Schiavi, Luciano Piluso, il sindaco di Rosello, Monaco e il sindaco di Montelapiano, Arturo Scopino.

Il punto, secondo loro, è che non si può stabilire chi merita i sostegni, guardando solo a quanti metri si trova sul livello del mare. Per combattere lo spopolamento, è necessario valutare il disagio reale, non solo quello geografico.

Un comune che si trova a 700 metri può vivere le stesse difficoltà di uno a 1100. Ossia, scuole lontane, asili inesistenti, presidi sanitari a decine di chilometri, strade provinciali dissestate e autostrade irraggiungibili. È soprattutto questo che incide sulla scelta dei cittadini di restare o andarsene. 

Allo stesso modo, ci sono molti altri fattori che incidono sullo spopolamento. Conta quanto un territorio sia distante dalle aree industriali, dal capoluogo di provincia, dalla costa. Conta il reddito medio dei residenti, il tasso di disoccupazione e la percentuale di giovani. Non da meno, conta anche la morfologia del territorio come le pendenze, le aree franose, la difficoltà di costruire e mantenere infrastrutture.

Sostanzialmente, i sindaci riuniti chiedono una cosa ben precisa. Le risorse devono essere assegnate in base al livello effettivo di difficoltà di ciascun comune, non attraverso una soglia rigida tracciata sulla cartina.

Altrimenti il rischio è di trasformare una legge nata per sostenere la montagna in un meccanismo che crea nuove disuguaglianze tra territori che, in realtà, condividono gli stessi problemi. 

Una verità scomoda: senza servizi e lavoro, la montagna continuerà a svuotarsi

Il problema dei Comuni Montani è davvero profondo. Le esigenze sono diverse, le condizioni sono diverse, le fragilità sono diverse.

E se davvero si vuole salvare la montagna abruzzese, la strada è renderla conveniente per poterci vivere. Senza questo cambio, le polemiche continueranno e i paesi, lentamente, continueranno a svuotarsi.

I giovani non decidono di rimanere in montagna seguendo una classificazione. Ma restano soprattutto se trovano nei comuni: 

  • scuole aperte e non accorpate;
  • presidi sanitari funzionanti;
  • connessioni digitali efficienti;
  • trasporti pubblici adeguati;
  • incentivi fiscali concreti;
  • opportunità di lavoro stabile.

Senza queste condizioni, ogni legge rischia di trasformarsi in un esercizio burocratico che alimenta solo tensioni tra territori. La montagna chiede condizioni per vivere, lavorare e fare impresa senza essere penalizzata dalla geografia.

Per ultimo, ma non per ordine di importanza si pone il problema politico: l’elettorato è in grado di valutare l’operato del proprio sindaco tenendo a mente il mancato sostegno economico da parte dello Stato?

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