In Abruzzo gli stranieri non sono più una presenza marginale. Cresce infatti il numero di residenti stranieri, arrivando a 91.170 residenti, pari al 7,2% della popolazione, in crescita rispetto agli 85.828 dell’anno precedente.
Un dato che, letto superficialmente, rischia di finire nel solito dibattito ideologico. Ma se si entra nel merito, emerge una realtà molto diversa: l’immigrazione non è più un fenomeno temporaneo, ma una componente strutturale della società abruzzese.
E allora la domanda vera non è quante persone arrivano, ma che ruolo stanno già giocando nel presente della regione.
Dove cresce davvero la presenza straniera in Abruzzo?
Il record regionale spetta alla provincia dell’Aquila, con 25.539 residenti stranieri e un’incidenza dell’8,9%, la più alta in Abruzzo.
Seguono poi Teramo con 25.330 residenti (8,4%), Chieti con 22.016 (5,9%) e Pescara con 18.285 (5,9%).
Numeri che raccontano un fenomeno tutt’altro che uniforme: non esiste “un’immigrazione”, ma tante realtà territoriali diverse, legate a economia, lavoro e storia locale.
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda i giovani:
Il 17,8% degli stranieri è minorenne
Il 9,9% dei nuovi nati ha genitori stranieri
Il 57,3% degli studenti stranieri è nato in Italia
Questo cambia completamente la prospettiva. Non si parla più di integrazione futura, ma di una società già mista.
E soprattutto continuare a raccontare l’immigrazione come “un’emergenza” significa ignorare un dato evidente. Ossia che una parte di questi ragazzi è già italiana nei fatti, anche se spesso non lo è ancora nei diritti.
Le comunità più presenti sul territorio abruzzese sono:
Romena: 21.537
Albanese: 10.962
Marocchina: 8.165
Ucraina: 4.867
Cinese: 3.851
Ma anche qui il dato va letto in profondità. Alcune comunità, come quella marocchina nella Marsica, mostrano una presenza radicata e storica, legata al lavoro agricolo e alla continuità territoriale.
L’impatto dell’immigrazione sul lavoro e l’economia abruzzese
In Abruzzo i lavoratori stranieri sono 38.900 e incidono in modo decisivo in alcuni comparti. In particolar modo nel lavoro domestico con il 27% e il settore agricolo con il 22,5% di lavoratori. Invece per l’ industria l’incidenza dei lavoratori è del 9,5% e nel commercio pari al 7,7%.
Dati che cambiano tutto. Perchè senza questa forza lavoro, interi settori si fermerebbero. Eppure, nel dibattito pubblico, questo contributo continua a essere raccontato poco o male.
Da non sottovalutare il fatto cresce anche l’imprenditoria straniera. Infatti, le imprese guidate da cittadini nati all’estero sono 14.789. Un numero che smonta un altro luogo comune. Gli stranieri non sono solo lavoratori dipendenti, ma anche imprenditori, investitori e creatori di valore.
Inoltre, anche a livello economico l’immigrazione ha una grande incidenza. A livello nazionale, il saldo tra entrate e uscite legate all’immigrazione è positivo per 4,6 miliardi di euro. In sostanza, gli stranieri contribuiscono più di quanto costano.
Eppure questa informazione fatica a entrare nel dibattito politico e mediatico.
Un sistema di ingresso migratorio che non funziona
Il Dossier immigrazione 2025 definisce il sistema dei decreti flussi migratori “disfunzionale”.
I numeri parlano chiaro. Le domande sono circa 1.326.980 e le quote previste 278.700. Nel 2025 sono stati rilasciati 61.941 con una quota di permessi effettivi pari a 25.499.
Il punto più critico non è l’aumento degli stranieri, ma la distanza tra realtà e narrazione. La realtà parla di presenza stabile, lavoro, famiglie, mentre la narrazione continua a parlare di emergenza.
Questo scarto produce politiche inefficaci, sistemi burocratici inefficienti e un dibattito pubblico spesso distorto.
Tanto che le imprese cercano lavoratori. Allo stesso tempo i lavoratori vogliono entrare regolarmente. Ma il sistema blocca entrambi.
Risultato porta quindi a aziende senza personale e persone spinte verso precarietà o irregolarità.
Dunque, se l’immigrazione è ormai strutturale, allora la questione non è più “accogliere o respingere”, ma come governare il fenomeno, come valorizzare il contributo economico e sociale e come costruire integrazione reale.
Continuare a trattare tutto come emergenza significa non prepararsi al futuro. E il rischio è uno solo: subire un cambiamento che è già in corso, invece di guidarlo.





