Abruzzo: aree interne a rischio abbandono

L’Abruzzo ha un problema che non si può più raccontare solo come emergenza. D’altro canto le aree interne si svuotano, i servizi arretrano, le decisioni si allontanano. E mentre si parla di rilancio, i territori continuano a perdere pezzi.

Gli Stati generali della montagna tra Roccamorice e Bisenti tenutosi questo weekend con amministratori, studiosi e istituzioni, ha riportato il tema al centro. In questa occasione hanno provato a rimettere ordine nel dibattito. Ma il punto vero è un altro: esiste davvero una strategia per salvare le aree interne?

Il nodo centrale: senza servizi non esiste sviluppo

Abruzzo: aree interne a rischio abbandono

Dalle voci di amministratori e istituzioni emerge una linea chiara. Le aree interne non chiedono assistenza, ma condizioni minime per vivere. E quindi: 

  • scuole funzionanti; 

  • sanità accessibile; 

  • trasporti efficienti. 

Senza questi elementi, parlare di attrattività è retorica. In fondo, scuola, sanità e trasporti non sono optional, ma bisogni fondamentali. 

Eppure da anni si parla di contrasto allo spopolamento. Ma nella pratica accade il contrario perché ci sono meno servizi, meno residenti, meno futuro.

Bonus e contributi isolati non risolvono il problema. Serve una strategia strutturale che garantisca equità territoriale, accesso ai servizi e qualità della vita.

La proposta: alleanze tra Comuni e un Osservatorio permanente sulle Terre Alte

Il messaggio lanciato dal presidente nazionale Uncem, Marco Bussone, è diretto, ossia basta frammentazione. I Comuni devono lavorare insieme in quanto le aree interne non possono permettersi dei progetti isolati, la competizione tra territori e politiche locali scollegate.  Serve invece una logica opposta una cooperazione strutturale.

Il punto più innovativo è questo: non esistono più territori separati. Montagna e costa devono diventare un sistema unico. Perché l’equilibrio ambientale, economico e sociale riguarda tutta la regione e non solo poche zone.

Allo stesso tempo, si rilancia un’idea precisa. Creare un Osservatorio permanente sulle aree interne. Una struttura capace di analizzare dati, programmare interventi e accompagnare le scelte nel tempo. 

Fino ad ora, troppi interventi episodici, frammentati, e soprattutto senza visione. A tal proposito, il rischio è continuare a distribuire risorse senza cambiare davvero le condizioni di fondo.

Secondo i dati emersi, ci sarebbero:

  • circa 50 miliardi di euro disponibili

  • di cui 3 miliardi già destinati all’Abruzzo

Ma il punto non è quanto si spende. È come si decide di spendere.

Senza progettazione, anche le risorse rischiano di disperdersi. Per questo serve una priorità chiara. Quindi bisogna definire i problemi, costruire soluzioni poi  successivamente allocare i fondi.

I segnali d’allarme: banche che chiudono e sempre meno medici nelle aree interne

Dal congresso Uil emerge un’altra criticità spesso sottovalutata: la chiusura degli sportelli bancari. Un fenomeno che colpisce soprattutto i piccoli centri e che produce isolamento economico, difficoltà per imprese e cittadini e perdita di presidio territoriale. 

Qui il problema non è solo operativo. D’altronde, le scelte sul credito vengono prese fuori regione, lontano dai territori, e tutto questo accelera soltanto la marginalizzazione.

Un’altro dato allarmante riguarda la sanità di questi territori. Ad oggi ci sono circa 60mila persone senza medico di base e oltre 700 medici in pensione nei prossimi anni, con un ricambio previsto appena del 20%. Un sistema che non regge.

Secondo Angelo Radica, presidente dell’Ali Abruzzo, il problema è chiaro. Non mancano soluzioni, manca la volontà da parte della Regione Abruzzo di investire. Senza incentivi e rafforzamento della sanità territoriale, le aree interne saranno sempre meno attrattive anche per i medici.

Tutti convergono su un punto, ossia che le aree interne non sono un problema marginale, ma il cuore della regione. Eppure, tra dichiarazioni e realtà, il divario resta evidente.

In questo caso, la sfida non è solo economica.È politica, culturale, strategica.

Perché senza una visione condivisa,il rischio è continuare a parlare di rilancio, mentre i territori continuano a svuotarsi.

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