In Italia il dissesto idrogeologico non sorprende mai davvero. E’ annunciato, studiato, previsto. Eppure continua a trasformarsi in emergenza.
Il caso della frana di Petacciato, al confine tra Molise e Abruzzo, è il simbolo perfetto di questo paradosso nazionale. Parliamo di una delle frane più grandi d’Europa, monitorata da oltre un secolo, con fondi stanziati dal 2021 e un appalto da 27 milioni ancora fermo alla fase di gara, mentre autostrada A14 e linea ferroviaria Adriatica vengono chiuse e il Sud Italia resta spezzato in due.
Ma è fondamentale sottolineare un dato. Perché si interviene solo dopo il disastro, nonostante i segnali fossero già tutti evidenti?
Petacciato: un secolo di dissesto mai fermato e l’appalto da 27 milioni
Petacciato convive con il movimento franoso dal 1916. Da allora il fronte franoso si è riattivato ciclicamente nel anni: 1932, 1938, 1953, 1960, 1979, 1991, 2015, fino ai nuovi cedimenti del 2026.
Si tratta di una frana “intermittente”, cioè un dissesto che alterna lunghi periodi di apparente quiete a improvvise riattivazioni, quasi sempre dopo piogge intense.
Dal punto di vista geologico, bloccare definitivamente questa frana è impossibile. L’unica strada è mitigare gli effetti, riducendo il rischio e contenendo il movimento. Eppure, nonostante decenni di studi, il paese fu già oggetto di ipotesi di delocalizzazione nel 1963. Inoltre, nel 2021 vennero annunciati oltre 27 milioni per il consolidamento e soltanto nel dicembre 2025 è arrivato il bando di gara
Decisamente troppo tardi. Sostanzialmente cinque anni persi tra annunci e burocrazia.
L’intervento strategico per mettere in sicurezza il versante nord-est del valore di 27 milioni di euro prevede:
- 12 grandi pozzi drenanti profondi
- intercettazione dei flussi idrici sotterranei
- monitoraggio avanzato del movimento franoso
La gara è stata annunciata nel 2021, ma pubblicata soltanto il 4 dicembre 2025 con scadenza il 7 febbraio 2026.
Ad oggi la commissione sta ancora valutando le offerte tecniche. Sono 75 le aziende candidate all’appalto. Tra cui dodici arrivano dall’Abruzzo, tra Teramo, Chieti, Pescara e L’Aquila.Un appalto prestigioso, ma ancora intrappolato nei tempi amministrativi.
E nel frattempo la frana si è riattivata, la A14 è stata chiusa con la ferrovia Adriatica interrotta e soprattutto decine di famiglie sono state sfollate.
Allarme geologico: perché si aspetta sempre il disastro?
La riattivazione della frana ha prodotto effetti devastanti sulla mobilità nazionale. Dopo il crollo del ponte sul Trigno e i cedimenti a Petacciato, il corridoio adriatico è andato decisamente in crisi.
L’interruzione tra Vasto Sud e Termoli colpisce trasporto merci, pendolari, turismo e collegamenti strategici con la Puglia. Il problema però non è solo locale: riguarda l’intero asse logistico nazionale.
D’altronde il clima accelera, mentre la burocrazia resta immobile.
A tal proposito, Antonello Fiore, presidente nazionale SIGEA, lancia un’accusa chiara: “Il sistema amministrativo non regge la velocità con cui arrivano i disastri climatici”.
Secondo la Corte dei Conti, in Italia servono mediamente cinque anni tra progettazione e completamento delle opere contro il dissesto. Ma oggi le piogge estreme sono più frequenti, i fenomeni franosi più rapidi e il territorio più fragile.
Tuttavia, la frana di Petacciato non è una tragedia imprevedibile. È una tragedia prevista. Di fatto la tecnologia c’era, i sensori hanno funzionato, e l’allerta è scattata in tempo. Ma il sistema ha fallito nella prevenzione, nella rapidità decisionale e soprattutto nella manutenzione programmata
Petacciato come simbolo nazionale di un’emergenza non ascoltata
In Italia si continua a finanziare l’urgenza più facilmente della prevenzione.
Si interviene solo quando crolla un ponte, si blocca un’autostrada e/o si interrompe una ferrovia. Mai prima.Ed è questo il vero scandalo.
La frana molisana è oggi il paradigma di un paese fragile: geologicamente vulnerabile, climaticamente esposto e amministrativamente lento.
E poi, i 27 milioni stanziati non bastano se arrivano fuori tempo massimo. La vera riforma necessaria non è solo tecnica, è anche culturale. Ossia passare dalla reazione alla prevenzione.
Perché ogni frana annunciata e non fermata non è solo un evento naturale. È una responsabilità politica.





