Medici a gettone, in Abruzzo spesi quasi 79 milioni di euro

Dovevano rappresentare una risposta temporanea all’emergenza, soprattutto durante gli anni della pandemia. Oggi, invece, i medici a gettone rischiano di diventare una componente stabile del Servizio sanitario nazionale.

Si tratta di professionisti che non vengono assunti direttamente dalle aziende sanitarie, ma lavorano attraverso cooperative o società esterne per coprire i turni rimasti scoperti nei pronto soccorso, nei reparti di emergenza e nelle specialità dove la carenza di personale è diventata più grave.

Il punto non è mettere sotto accusa i medici che scelgono questa strada. Il problema è capire perché il sistema pubblico continui a spendere cifre sempre più elevate per acquistare turni all’esterno, senza riuscire a rendere sufficientemente attrattiva un’assunzione stabile.

Medici a gettone: da emergenza a normalità

Medici a gettone, in Abruzzo spesi quasi 79 milioni di euro

Secondo il rapporto dell’Autorità nazionale anticorruzione, nel 2025 il Servizio sanitario nazionale avrebbe speso circa 568 milioni di euro per acquistare personale sanitario esterno, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente.

Ancora più marcata sarebbe stata la crescita degli affidamenti destinati ai medici, aumentati del 62% in un solo anno. Numeri che fotografano una difficoltà ormai strutturale: gli ospedali pubblicano i concorsi, ma in molte specialità le candidature sono poche e alcuni bandi restano deserti.

I medici a gettone, sono professionisti retribuiti per singolo turno, spesso attraverso intermediari privati. In alcuni casi il compenso per una prestazione di dodici ore può oscillare tra 800 e 1.200 euro, cifre molto superiori alla retribuzione oraria di un medico assunto stabilmente nel servizio pubblico.

La differenza economica, unita alla possibilità di scegliere dove, quando e quanto lavorare, rende questa formula particolarmente conveniente per molti professionisti.

Il fenomeno riguarda da vicino anche l’Abruzzo. Nel biennio 2024-2026, secondo il monitoraggio citato, le aziende sanitarie regionali avrebbero speso quasi 79 milioni di euro per il personale sanitario esterno.

Una parte rilevante della cifra, oltre 71 milioni, sarebbe stata inserita nel rapporto sotto la voce “generico”, senza una distinzione puntuale tra medici, infermieri e altre figure sanitarie. Proprio per questo il dato deve essere interpretato con prudenza. La classificazione non permette infatti di attribuire l’intera somma ai soli medici a gettone.

Resta però un elemento difficile da ignorare: le ASL abruzzesi ricorrono in misura crescente a personale acquistato all’esterno perché non riescono a coprire stabilmente gli organici.

Ovviamente, il fenomeno non riguarda soltanto l’Abruzzo. Secondo i dati citati, tra le regioni con la spesa più elevata per il personale sanitario esterno figurano:

  • Sardegna, con circa 329 milioni di euro;
  • Lombardia, con oltre 207 milioni;
  • Piemonte, con più di 156 milioni.

Se si considerano esclusivamente alcuni contratti specifici per i medici a gettone, il quadro cambia e tra le regioni maggiormente coinvolte compaiono Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Sicilia.

Il confronto va letto tenendo conto della popolazione, delle dimensioni dei sistemi sanitari regionali e delle diverse modalità di classificazione della spesa. Ma dimostra che il problema ha una dimensione nazionale.

Inoltre, il costo rappresenta soltanto una parte della questione. Nei reparti di emergenza, il continuo alternarsi di professionisti diversi può creare difficoltà nella continuità assistenziale. Un paziente può essere visitato da un medico durante un turno e, poche ore dopo, essere seguito da un altro professionista che non ha partecipato alle fasi precedenti del percorso di cura.

Naturalmente la documentazione clinica deve garantire il passaggio delle informazioni. Tuttavia, in reparti già sottoposti a una pressione molto elevata, la presenza stabile del personale favorisce la conoscenza delle procedure interne, il coordinamento delle équipe e il rapporto con i pazienti.

Il vero problema è la carenza di medici e infermieri

Secondo le stime nazionali citate nell’approfondimento, negli ospedali italiani mancherebbero circa 15 mila medici e oltre 60 mila infermieri.

La situazione è il risultato di più fattori accumulati negli anni: pensionamenti, programmazione insufficiente, blocchi delle assunzioni, reparti sotto organico e condizioni di lavoro sempre meno attrattive.

A questo si aggiunge un paradosso amministrativo. Per le aziende sanitarie può risultare più semplice e rapido acquistare un servizio da una cooperativa che assumere direttamente un professionista, perché le due spese vengono contabilizzate e autorizzate attraverso procedure differenti.

Il risultato è che una soluzione più costosa diventa, in alcuni casi, più accessibile di quella stabile.

I reparti dove la carenza si sente di più riguardano soprattutto:

  • pronto soccorso e medicina d’urgenza;
  • anestesia e rianimazione;
  • terapia intensiva;
  • pediatria e neonatologia;
  • ginecologia e ostetricia.

Sono reparti che non possono fermarsi, richiedono una copertura continua e impongono ai professionisti responsabilità elevate, turni notturni, festivi e un forte carico fisico e psicologico.

D’altronde, sempre più medici lasciano la sanità pubblica, perchè?  La differenza di stipendio è uno dei motivi principali, ma non è l’unico. Chi lavora come gettonista può scegliere i turni, limitare le notti, decidere in quali strutture prestare servizio e organizzare con maggiore libertà la propria vita. Chi resta nel servizio pubblico deve invece affrontare spesso:

  • straordinari e turni scoperti;
  • lavoro notturno e festivo;
  • reparti con organici insufficienti;
  • aumento degli episodi di aggressione;
  • responsabilità crescenti;
  • prospettive di carriera percepite come limitate.

È questo meccanismo a creare un circolo vizioso: più professionisti lasciano il pubblico, maggiore è il bisogno di acquistare personale esterno; più cresce il mercato dei gettonisti, meno conveniente appare l’assunzione tradizionale.

Come ridurre il ricorso ai medici a gettone

Non esiste una soluzione unica, ma alcune linee di intervento appaiono ormai inevitabili. 

Ad esempio, rendere più attrattivi i reparti difficili, quali Pronto soccorso, anestesia e rianimazione e che non possono essere trattati come qualsiasi altro ambito. Servono infatti incentivi specifici, maggiore tutela e condizioni di lavoro compatibili con le responsabilità richieste. Oppure, accelerare concorsi e assunzioni. Le procedure troppo lente favoriscono il ricorso alle cooperative. Ridurre i tempi amministrativi permetterebbe alle ASL di programmare meglio gli organici.

Serve, anche, valorizzare il personale già presente. Chi resta negli ospedali non può continuare a sostenere indefinitamente il peso dei turni scoperti. Servono progressioni professionali, riconoscimenti economici e percorsi di carriera trasparenti. Inoltre, è fondamentale  migliorare la programmazione Il fabbisogno di medici e infermieri deve essere previsto con anni di anticipo, coordinando università, scuole di specializzazione, pensionamenti e necessità dei territori.

Anche secondo la UIL-FPL Abruzzo, chiede di  accelerare i concorsi, programmare meglio le assunzioni e rendere più attrattivo il lavoro nella sanità pubblica, intervenendo sia sulle retribuzioni sia sulle condizioni organizzative. E per ridurre il divario, chiede di prevedere maggiorazioni economiche per chi lavora nei reparti più complessi, rinnovare i contratti e riconoscere maggiormente il peso delle responsabilità. 

La UIL-FPL sottolinea anche il tema delle prospettive professionali. Un sistema capace di valorizzare l’esperienza maturata negli ospedali potrebbe offrire ai medici percorsi più chiari verso incarichi di coordinamento e responsabilità. La competenza acquisita sul campo, soprattutto da chi conosce da anni il funzionamento di una struttura, dovrebbe rappresentare un valore da utilizzare anche nei processi decisionali.

È facile, quindi, concentrare la discussione sui compensi dei gettonisti. Ma chi accetta un turno meglio pagato e con maggiore flessibilità compie una scelta professionale legittima. Il vero problema è un sistema che rende più conveniente lavorare temporaneamente per una cooperativa che costruire una carriera nel servizio pubblico. Finché questa differenza resterà così ampia, gli ospedali continueranno a inseguire l’emergenza acquistando turni, invece di investire su équipe stabili. La domanda è se la sanità pubblica voglia tornare a essere un luogo nel quale i professionisti scelgono di restare.

Perché quando una soluzione nata per affrontare l’emergenza diventa la normalità, significa che l’emergenza non è stata risolta: è stata semplicemente incorporata nel sistema.

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