Ogni legislatura ha i suoi equilibri. Ma negli ultimi anni la politica abruzzese sembra aver accelerato un fenomeno che da tempo divide gli elettori: il cambio di partito durante il mandato o tra un’elezione e l’altra.
L’ultimo caso è quello della consigliera comunale di Pescara Valeria Toppetti, che lascia Forza Italia per aderire a Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci. Una scelta che riporta al centro una domanda sempre più frequente tra gli elettori: quando un politico cambia partito, cambia anche il mandato ricevuto dagli elettori?
Il caso Toppetti: da Forza Italia a Futuro Nazionale
Domani Roberto Vannacci sarà a Pescara per presentare i nuovi ingressi nel partito. Tra questi ci sarà anche Valeria Toppetti, consigliera comunale di Pescara, eletta con Forza Italia e tra le più votate alle ultime amministrative.
Toppetti respinge le accuse di opportunismo e spiega che la decisione nasce da una distanza politica maturata negli ultimi mesi. Secondo la consigliera, nel partito sarebbe venuto meno il principio della meritocrazia, mentre a livello nazionale Forza Italia avrebbe assunto posizioni sempre più distanti dalla sua visione su temi come il fine vita.
La consigliera afferma invece di riconoscersi nei valori promossi da Futuro Nazionale, tra cui difesa della famiglia, sicurezza, identità nazionale e legalità. In Consiglio comunale formerà un nuovo gruppo insieme a Cristian Orta, garantendo un sostegno alla maggioranza “caso per caso”, valutando ogni provvedimento nell’interesse della città.
Eppure, appena un anno fa, durante la campagna elettorale con Forza Italia, la sua comunicazione si basava su tre concetti principali:
- ascolto e concretezza;
- sostegno al commercio cittadino;
- meritocrazia e impegno amministrativo.
Tre pilastri che oggi lasciano spazio a un nuovo progetto politico, alimentando inevitabilmente il dibattito sulla coerenza tra il programma presentato agli elettori e il percorso intrapreso successivamente.
Non un caso isolato: i cambi di casacca negli ultimi cinque anni
Quello di Toppetti rappresenta soltanto l’ultimo episodio di un fenomeno molto più ampio. Negli ultimi cinque anni l’Abruzzo ha visto numerosi spostamenti politici, soprattutto all’interno dell’area di centrodestra.
Tra i casi più significativi c’è quello di Nicola Campitelli, eletto nel 2019 con la Lega e successivamente passato a Fratelli d’Italia prima delle elezioni regionali del 2024, dove è stato rieletto.
Analogo il percorso di Luca De Renzis, transitato dalla Lega al gruppo misto e poi a Fratelli d’Italia.
Anche altri amministratori hanno progressivamente abbandonato il Carroccio seguendo il diverso peso assunto dai partiti all’interno della coalizione di centrodestra.
Tra i cambi più significativi figura anche quello dell’attuale assessore regionale alla Sanità Nicoletta Verì. Storica esponente della Lega, alle elezioni del 2024 ha scelto di candidarsi nella lista civica Marsilio Presidente. Dopo il voto è stata riconfermata assessore esterno nella nuova giunta regionale.
Una scelta che ha modificato il suo percorso politico pur mantenendo la continuità amministrativa nel governo della Regione.
Inoltre, se c’è un cambio di partito destinato a rimanere nella storia recente della politica abruzzese è quello di Sara Marcozzi.
Per due volte candidata presidente della Regione con il Movimento 5 Stelle, nel 2022 aderisce al progetto politico di Luigi Di Maio e l’anno successivo entra in Forza Italia. Alle regionali del 2024 non viene eletta, ma successivamente entra nello staff politico del Consiglio regionale con un incarico di collaborazione fino al termine della legislatura.
Un percorso che ha alimentato un intenso dibattito politico, anche perché Marcozzi per anni aveva rappresentato uno dei volti simbolo dell’opposizione al centrodestra.
Ma una domanda sorge spontanea, perché i politici cambiano partito? Le motivazioni possono essere molto diverse.
C’è chi parla di evoluzione personale, chi di divergenze politiche, chi di nuove opportunità amministrative e chi ritiene necessario aderire a un progetto più vicino alle proprie idee.
Allo stesso tempo, però, il fenomeno alimenta un interrogativo che accompagna da sempre la politica italiana: quanto pesa il consenso personale e quanto quello del simbolo con cui si viene eletti?
Le conseguenze dei cambi di partito
Secondo numerosi studi sulla partecipazione politica, il trasformismo può contribuire ad aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni.
Tra le motivazioni più ricorrenti emergono:
- la percezione di un mandato modificato rispetto al voto espresso;
- la difficoltà di distinguere le differenze ideologiche tra i partiti;
- la convinzione che prevalgano strategie personali rispetto ai programmi;
- la perdita di fiducia nelle istituzioni rappresentative.
D’altronde, i dati delle elezioni regionali mostrano una partecipazione in costante calo. L’affluenza è passata dall’84,1% del 1970 al 52,2% delle regionali del 2024, il dato più basso mai registrato in Abruzzo.
Nella provincia di Teramo, addirittura, l’astensione ha superato il 52%, diventando di fatto il “primo partito”.
Naturalmente il calo della partecipazione non dipende esclusivamente dai cambi di partito: incidono anche fattori economici, sociali, culturali e il generale rapporto di fiducia verso le istituzioni. Tuttavia il trasformismo rappresenta uno degli elementi che più frequentemente alimentano il dibattito pubblico.
In democrazia cambiare posizione politica è legittimo. Succede ai cittadini e può succedere anche ai rappresentanti eletti. La differenza sta nella trasparenza.
Quando un amministratore sceglie un nuovo partito, gli elettori si aspettano una spiegazione chiara delle ragioni politiche che hanno portato a quella decisione. Più il percorso appare coerente e motivato, maggiore è la possibilità di mantenere la fiducia di chi lo ha votato.
Perché il tema non riguarda soltanto un consigliere comunale o un assessore regionale. Riguarda il rapporto tra politica e cittadini. Ed è proprio su quel rapporto che, oggi più che mai, si misura la credibilità delle istituzioni.





