Altro che pensione come meritato riposo dopo una vita di lavoro. In alcuni piccoli Comuni dell’Abruzzo interno l’assegno dei pensionati è diventato uno dei pilastri che tengono in piedi l’intera economia locale.
La potremmo chiamare “economia dei nonni”. E per fortuna che ci sono. Perché dietro un assegno previdenziale non c’è più soltanto il reddito di un anziano: ci sono la spesa nell’alimentari del paese, la farmacia, il bar, i piccoli servizi e, non di rado, anche un aiuto economico destinato a figli e nipoti.
E allora ci si chiede: che futuro può avere un paese quando a sostenere l’economia non sono più i nuovi posti di lavoro, ma le pensioni di chi è rimasto?
Pensioni e redditi: nei piccoli borghi abruzzesi cambia l'economia
A fotografare questa realtà è un’elaborazione dell’agenzia di data journalism Withub per il Corriere della Sera, realizzata sui dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze. La mappa dei redditi restituisce l’immagine di un Abruzzo sempre più diviso tra costa e aree interne, con alcuni piccoli centri nei quali i redditi dichiarati raggiungono livelli estremamente bassi.
Il fenomeno non racconta semplicemente una regione che invecchia. Racconta qualcosa di più profondo: sta cambiando la struttura economica di una parte dell’Abruzzo.
Nei territori dove diminuiscono gli abitanti in età lavorativa e aumentano proporzionalmente gli anziani, anche la provenienza del reddito cambia. Le pensioni diventano così uno dei flussi economici più stabili a disposizione delle comunità.
Il paradosso è evidente: mentre normalmente immaginiamo il lavoro come il motore economico di un territorio e la pensione come la fase successiva alla vita produttiva, in alcuni borghi questo rapporto rischia quasi di invertirsi.
Tra i Comuni collocati nelle ultime posizioni della graduatoria regionale compaiono Corvara, Ofena, Colledimezzo e Montazzoli. In questi centri il reddito medio lordo dichiarato dai residenti non raggiunge i 13mila euro annui.
Una cifra che aiuta a comprendere quanto sia ridotta la presenza di redditi prodotti attraverso attività lavorative. Pensioni di vecchiaia, reversibilità e prestazioni assistenziali assumono quindi un peso enorme rispetto alla ricchezza complessivamente generata nel territorio.
A tal proposito, c’è un’espressione che sintetizza bene quello che sta succedendo: “economia dei nonni”. Può sembrare quasi simpatica, ma dietro c’è un fenomeno molto serio. Pensiamo a un piccolo paese con poche centinaia di abitanti. Se i giovani partono, le imprese diminuiscono e i nuovi lavoratori non arrivano, rimane comunque una parte della popolazione che ogni mese dispone di un’entrata relativamente stabile: i pensionati. Quei soldi vengono poi rimessi in circolo. Si compra il pane, si fa la spesa, si paga il parrucchiere, si entra in farmacia, si prende un caffè e si ricorre ai piccoli servizi ancora presenti.
Il problema non sono quindi le pensioni. Il problema è cosa rimarrebbe in alcuni paesi se togliessimo anche quelle?
Inoltre, quanto può durare un’economia basata sulle pensioni?
Perché una pensione può sostenere economicamente un territorio nel presente, ma non può sostituire per sempre il lavoro che manca. Una comunità ha bisogno anche di imprese, nuovi residenti, famiglie, bambini, servizi e persone che producano reddito. Altrimenti il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso: meno abitanti significano meno attività economiche, meno servizi rendono il territorio meno attrattivo e la minore attrattività provoca nuove partenze.
Perché i giovani lasciano i borghi dell'Abruzzo?
Alla base del fenomeno ci sono soprattutto due grandi trasformazioni: spopolamento e invecchiamento demografico.
Meno giovani significa meno redditi da lavoro. Da decenni numerosi piccoli Comuni dell’entroterra perdono abitanti. I giovani si spostano verso Pescara e gli altri centri della costa, oppure lasciano direttamente l’Abruzzo per studiare e lavorare altrove.
Quando un trentenne parte non scompare soltanto un residente. Quel territorio perde un possibile lavoratore, un contribuente, un consumatore e magari una futura famiglia con figli. E se quel giovane non torna, il processo diventa progressivamente più difficile da invertire.
Dall’altra parte aumenta il peso della popolazione anziana. In alcuni piccoli centri l’età media si avvicina ai 60 anni. Questo significa che una quota crescente delle entrate economiche non deriva più da stipendi o attività imprenditoriali, ma dal sistema previdenziale.
Ed è qui che nasce il cortocircuito. Le pensioni stanno facendo ciò che dovrebbe fare un’economia locale vitale: mantenere in circolazione denaro sufficiente a permettere la sopravvivenza dei servizi essenziali.
La fotografia cambia quando ci si sposta verso la fascia costiera. Secondo i dati riportati nell’analisi, in molti territori della costa i redditi medi si collocano indicativamente tra 18mila e 22mila euro, con una maggiore presenza di lavoratori attivi e attività economiche.
Ed emerge così una delle grandi questioni dell’Abruzzo contemporaneo. Da una parte abbiamo l’asse costiero, maggiormente popolato e caratterizzato da servizi, commercio, turismo e attività produttive. Dall’altra ci sono decine di piccoli Comuni montani che continuano a perdere abitanti e soprattutto giovani.
Tuttavia, la geografia economica dell’entroterra, però, non è completamente uniforme. Esistono realtà capaci di distinguersi.
Tra queste viene indicata Rocca di Mezzo, con un reddito medio superiore ai 27mila euro, mentre Fara San Martino può contare sulla presenza di importanti attività manifatturiere e del comparto della pasta. Sono esempi diversi, ma suggeriscono un elemento interessante. Essere un Comune dell’interno non significa automaticamente essere condannato al declino economico.
Turismo, manifattura, servizi e capacità di creare occupazione possono modificare profondamente il destino di un territorio.
Le pensioni salvano i borghi oggi. Ma chi li manterrà vivi domani?
Ed eccoci al punto. Sarebbe troppo facile leggere questi numeri e concludere semplicemente che in Abruzzo ci sono troppi pensionati.
Il problema è esattamente l’opposto: in molti paesi ci sono troppo pochi giovani e troppo poco lavoro. I pensionati non stanno togliendo ricchezza alle aree interne. In molti casi stanno contribuendo a mantenerle vive.
Il loro assegno mensile continua ad alimentare quelle poche attività che resistono e, spesso, sostiene indirettamente anche le generazioni più giovani. Ma non può essere questa la politica economica dei prossimi vent’anni.
E quando i nonni non ci saranno più? È la domanda più scomoda, ma anche quella che questi numeri impongono. Che cosa succederà a quei borghi quando la generazione che oggi li sostiene economicamente non ci sarà più?
Se nel frattempo non saranno tornati giovani, lavoro, imprese e servizi, non basterà più parlare di spopolamento. Rischieremo di dover parlare di paesi che hanno perso la massa critica necessaria per continuare a vivere. Per questo l’“economia dei nonni” è contemporaneamente una fortuna e un enorme campanello d’allarme.
Quindi per fortuna che ci sono i nonni. Ma se vogliamo salvare davvero l’Abruzzo interno, dobbiamo cominciare a chiederci come far tornare anche i nipoti.





