Più di 20mila euro l’anno. È il conto fiscale che, secondo un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, pesa nel 2026 su una famiglia tipo composta da due lavoratori dipendenti e un figlio a carico.
La cifra indicata dallo studio con precisione è 20.592 euro. E il dato più interessante non riguarda soltanto quanto si paga, ma come lo si paga: la quasi totalità del prelievo fiscale passa infatti attraverso trattenute automatiche o imposte già incorporate nei prezzi.
Tradotto: molte famiglie versano migliaia di euro ogni anno senza avere la percezione immediata del totale.
Ed è qui che nasce la domanda: se vedessimo tutte le tasse uscire dal nostro conto corrente una volta all’anno, avremmo la stessa percezione del peso fiscale?
Il peso fiscale per una famiglia abruzzese
Secondo il calcolo della Cgia, il prelievo complessivo arriva a 20.592 euro annui. La parte più consistente è costituita dalle imposte e dai contributi trattenuti direttamente alla fonte. Parliamo di:
- ritenute Irpef;
- contributi previdenziali;
- addizionali Irpef.
Il totale raggiunge 13.030 euro, pari al 63,3% dell’intero carico fiscale. E poi altri 6.676 euro arrivano dalle tasse “nascoste” che il contribuente paga indirettamente. La Cgia inserisce in questa categoria, tra le altre voci:
- Iva sugli acquisti;
- accise;
- contributo al Servizio sanitario nazionale contenuto nella Rc auto;
- canone Rai.
Il totale arriva a 6.676 euro, pari al 32,4% del prelievo complessivo. Sommando trattenute e imposte indirette si arriva così a 19.706 euro. Vale a dire il 95,7% di tutte le tasse pagate dalla famiglia presa in esame.
La parte versata direttamente dal contribuente ammonta invece, secondo lo studio, a 887 euro l’anno. Dentro questa voce rientrano principalmente bollo auto e Tari. È appena il 4,3% del totale. Ed è proprio questo il punto sul quale insiste la Cgia: il lavoratore dipendente percepisce molto meno il peso fiscale perché gran parte delle somme viene trattenuta prima ancora che il denaro arrivi sul conto.
La Cgia parla di una sorta di “anestesia fiscale”. Il meccanismo del sostituto d’imposta funziona in modo semplice: il datore di lavoro trattiene imposte e contributi direttamente dalla busta paga e li versa allo Stato.
Il lavoratore vede soltanto il netto. Il risultato è che il costo fiscale resta in parte nascosto.
E se lo stipendio fosse davvero lordo? È un esercizio teorico, ma aiuta a comprendere il problema. Immaginiamo che ogni mese il dipendente ricevesse sul conto l’intero lordo e dovesse poi versare personalmente Irpef, contributi e addizionali. La percezione sarebbe probabilmente molto diversa.
Perché una cosa è vedere 1.500 o 1.800 euro netti accreditati sul conto. Un’altra è vedere entrare una cifra più alta e poi doverne restituire una parte significativa allo Stato.
Dipendenti e autonomi percepiscono il fisco in modo diverso
Ed è proprio questa differenza che, secondo la Cgia, contribuisce a spiegare il diverso atteggiamento verso le tasse tra lavoratori dipendenti e partite Iva.
Il dipendente subisce il prelievo automaticamente. L’autonomo, invece, deve materialmente effettuare i versamenti.
Questo rende il peso fiscale molto più evidente. La Cgia sottolinea però che nemmeno per gli autonomi il sistema è necessariamente trasparente.
Uno dei problemi riguarda il meccanismo degli acconti Irpef. Il sistema di liquidazione dell’Irpef prevede infatti non soltanto il saldo dell’anno precedente, ma anche un acconto per l’anno in corso.
Secondo la Cgia questo meccanismo rende più difficile comprendere quale sia l’effettivo peso fiscale annuale e può diventare particolarmente gravoso in presenza di variazioni del reddito. È un aspetto tecnico, ma con un effetto psicologico molto concreto.
Il contribuente vede uscire denaro non soltanto per tasse già maturate, ma anche come anticipazione su quelle future.
Lo studio riporta anche i dati relativi alla composizione dei contribuenti abruzzesi nel 2024.
In provincia di Chieti i contribuenti sono 275.483. Tra questi:
- 147.259 lavoratori dipendenti;
- 99.184 pensionati;
- 10.603 lavoratori autonomi;
- 8.052 percettori di redditi di partecipazione.
A Pescara i contribuenti sono 227.047. Di questi:
- 123.480 dipendenti;
- 75.553 pensionati;
- 9.746 autonomi;
- 8.467 con reddito di partecipazione.
In provincia di Teramo risultano 226.199 contribuenti. Nel dettaglio:
- 128.652 dipendenti;
- 77.644 pensionati;
- 9.199 autonomi;
- 8.529 con reddito di partecipazione.
L’Aquila conta 212.906 contribuenti. Tra questi:
- 114.882 lavoratori dipendenti;
- 76.632 pensionati;
- 7.883 autonomi;
- 7.045 con reddito di partecipazione.
Il quadro nazionale è ancora più ampio. Secondo i dati richiamati dalla Cgia, in Italia i contribuenti Irpef sono 42,8 milioni. La parte più consistente è rappresentata dai lavoratori dipendenti, che sono 24,1 milioni. Seguono 14,5 milioni di pensionati; 1,6 milioni di lavoratori autonomi; e altri 1,6 milioni di contribuenti con redditi differenti, come affitti, terreni o titoli.
Il vero problema è: quanto paghiamo o quanto riceviamo in cambio?
Dire che una famiglia paga oltre 20mila euro di tasse non significa automaticamente dire che quelle tasse siano inutili.
Con quel denaro vengono finanziati sanità, scuola, pensioni, sicurezza, infrastrutture, trasporto pubblico e servizi sociali. Il punto politico vero è un altro.
Il cittadino percepisce che quei 20mila euro tornino indietro sotto forma di servizi adeguati?
Perché se una famiglia paga una quota così rilevante del proprio reddito allo Stato, la questione non può fermarsi alla quantità del prelievo. Deve riguardare anche la qualità della spesa pubblica.
C’è poi un aspetto quasi psicologico.L’Iva è dentro il prezzo del supermercato. Le accise sono dentro il carburante. L’Irpef sparisce prima che lo stipendio arrivi sul conto. I contributi previdenziali vengono trattenuti automaticamente. Il canone Rai arriva dentro la bolletta. Il risultato è che il contribuente non riceve mai un unico conto da 20mila euro.
E forse proprio per questo il peso fiscale appare meno evidente. E se arrivasse davvero un conto annuale?
Immaginiamo una lettera a dicembre: “Gentile contribuente, quest’anno la sua famiglia ha versato complessivamente 20.592 euro tra imposte e contributi.”
Probabilmente il dibattito sulle tasse assumerebbe un tono molto diverso. Ed è forse questa la provocazione più interessante che emerge dall’analisi della Cgia. Non soltanto chiedersi se paghiamo troppe tasse. Ma chiedersi quanto siamo realmente consapevoli di pagarle. Perché se quasi il 96% del prelievo passa senza un versamento diretto del cittadino, il fisco diventa meno visibile.
Le tasse, però, invisibili non lo sono affatto per il bilancio di una famiglia.





