Quanto guadagna un lavoratore in Abruzzo?

 20.339 euro l’anno. È questa la retribuzione media di un lavoratore dipendente abruzzese nel 2024. Il dato assume un altro peso quando lo si mette accanto alla media italiana: 24.486 euro.

La differenza è di 4.147 euro l’anno. Significa che un lavoratore abruzzese percepisce mediamente quasi il 17% in meno rispetto alla media nazionale.

Part-time, contratti stagionali, precarietà, lavoro irregolare e minore produttività contribuiscono a costruire un divario che separa ancora il Mezzogiorno dal Nord. E l’Abruzzo, pur trovandosi in una posizione migliore rispetto a diverse realtà meridionali, continua a restare sotto la media italiana per retribuzioni.

Stipendi in Abruzzo, perché si guadagnano 4mila euro in meno rispetto all’Italia?

Quanto guadagna un lavoratore in Abruzzo?

Secondo i dati riportati dalla Cgia, nel 2024 la retribuzione media annua in Abruzzo è stata di 20.339 euro, in leggero miglioramento rispetto all’anno precedente. A livello nazionale si arriva invece a 24.486 euro. Anche osservando la retribuzione giornaliera la distanza rimane evidente: in Abruzzo è pari a 86,28 euro, mentre la media italiana raggiunge 99,32 euro. Sono quasi 13 euro di differenza per ogni giornata retribuita.

E il confronto territoriale diventa ancora più netto se si allarga lo sguardo all’intero Paese. La paga media giornaliera raggiunge 108 euro al Nord, mentre nel Mezzogiorno si ferma a 80 euro. Secondo l’analisi della Cgia, il differenziale è del 36% a favore dei lavoratori settentrionali.

Una distanza che procede parallelamente a quella della produttività: sempre secondo lo studio, al Nord risulta superiore del 36% rispetto al Mezzogiorno. Ed è qui che la questione degli stipendi diventa più complessa del semplice confronto tra buste paga.

Ma il punto forse più interessante del rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre è un altro: per spiegare il divario non basta guardare quanto viene pagata un’ora di lavoro. Bisogna capire quanto si riesce a lavorare durante l’anno, con quale continuità e all’interno di un sistema economico capace o meno di produrre valore.

C’è infatti un secondo elemento da considerare: la continuità del lavoro. Nel 2024 in Italia sono state registrate mediamente 246,5 giornate retribuite, ma con una differenza territoriale molto forte: 255 al Nord e 228 nel Mezzogiorno. Sono 27 giornate di differenza, praticamente quasi un mese di lavoro.

In Abruzzo nessuna provincia raggiunge i livelli delle aree italiane con la maggiore continuità occupazionale. Tra le quattro province abruzzesi, Chieti registra il valore più alto con 240,7 giornate retribuite, collocandosi al 57° posto nazionale. Seguono Pescara con 236,4, al 66° posto, e L’Aquila con 234,8, al 70°. Chiude Teramo, all’82° posto, con 229,3 giornate retribuite.

Il confronto con la testa della graduatoria è significativo: a Lecco si arriva a 265,4 giornate, a Biella a 263,9, a Vicenza a 263,4 e a Monza-Brianza a 263,3. In fondo alla classifica si trovano invece Rimini con 212, Nuoro con 205 e Vibo Valentia con 195.

Ma dire che “al Sud si lavora meno” racconta davvero tutto? È uno dei passaggi sui quali la stessa Cgia invita a fare attenzione.

Dire semplicemente che al Sud si lavora meno rischia infatti di suggerire una minore disponibilità dei lavoratori meridionali a lavorare. Secondo l’Ufficio studi della Cgia, la spiegazione è diversa. Una parte del divario deriverebbe dalla maggiore diffusione del lavoro irregolare, che per sua natura non compare nelle statistiche ufficiali.

«Al Sud si lavora meno non per una minore propensione all’occupazione», sostiene la Cgia, ma anche perché le ore svolte nel sommerso non vengono contabilizzate. A questo si aggiungono precarietà, part-time e contratti stagionali, che riducono il numero di giornate e di ore retribuite nell’arco dell’anno.

Il problema, quindi, non è necessariamente lavorare poco. Può essere non riuscire a lavorare abbastanza in maniera regolare e continuativa.

Lavoratori poveri: il problema è soltanto quanto vengono pagati?

È probabilmente il punto che apre la riflessione più interessante. Quando si parla di lavoro povero, il dibattito si concentra spesso sul salario orario. Secondo la Cgia, tuttavia, in molti casi il reddito annuale insufficiente è legato anche al numero ridotto di ore settimanali o di mesi lavorati durante l’anno.

Una persona può quindi avere una paga oraria più alta e continuare a percepire un reddito insufficiente se lavora poche ore o soltanto per alcuni periodi. È su questa base che la Cgia interviene anche nel dibattito sul salario minimo, sostenendo che agire esclusivamente sulla paga oraria potrebbe non essere sufficiente.

La posizione dell’associazione è che servano anche politiche capaci di aumentare l’occupazione stabile, favorire la continuità lavorativa, ridurre il part-time involontario e aumentare la produttività dei settori più fragili.

Quindi perché al Nord gli stipendi sono più alti? Secondo l’analisi, la produttività rappresenta un altro tassello fondamentale.

In Abruzzo, nel 2023, il livello di produttività collocava la regione all’11° posto nazionale, sostanzialmente a metà graduatoria. Il rapporto sottolinea come al Centro-Nord siano maggiormente concentrate multinazionali, imprese medio-grandi e società finanziarie, realtà che tendono a riconoscere retribuzioni più elevate e ad avere una maggiore presenza di figure manageriali e professionali con qualifiche apicali.

Nel Nord, inoltre, molte delle province con più giornate retribuite hanno una forte vocazione manifatturiera e una presenza significativa di aziende di dimensioni medio-grandi che lavorano a ciclo continuo.

Abruzzo, 4.147 euro in meno: il problema è il modello di lavoro?

Alla fine resta un numero difficile da ignorare: 20.339 euro contro 24.486. Sono 4.147 euro di differenza in un solo anno rispetto alla retribuzione media nazionale.

E allora forse la domanda da porsi non è semplicemente perché in Abruzzo gli stipendi siano più bassi. Bisogna chiedersi anche perché sia ancora così difficile creare abbastanza posti di lavoro stabili, continuativi e ad alta produttività, capaci di generare retribuzioni più elevate.

Perché aumentare la paga è fondamentale, ma se contemporaneamente un lavoratore resta intrappolato tra part-time involontario, stagionalità, periodi senza occupazione e contratti precari, il problema ritorna alla fine dell’anno. Ed è proprio il dato annuale a raccontarlo meglio di tutti: un lavoratore abruzzese medio si ritrova con oltre 4mila euro in meno rispetto alla media italiana.

In sostanza, quanto può essere competitivo un territorio se chi ci lavora continua a guadagnare sensibilmente meno del resto del Paese?

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