Nell’epoca in cui siamo costantemente connessi attraverso smartphone, chat e social network, gli abruzzesi stanno riscoprendo qualcosa di molto più antico: tornare per strada, in piazza e stare insieme fisicamente.
Da Montesilvano a Pollutri, in provincia di Chieti, gli abruzzesi accrescono sempre più il desiderio di riaccendere le relazioni umane, dimenticando almeno un po’ i social e gli smartphone.
E se iniziative del genere diventassero qualcosa di più, di un piacevole ritorno al passato?
Conosciamo tutti online, ma conosciamo ancora il vicino?
Possiamo sapere in pochi secondi cosa sta facendo una persona dall’altra parte del mondo e, allo stesso tempo, vivere per anni nello stesso condominio senza conoscere il nome di chi abita due porte più avanti.
Le cene di quartiere ribaltano per qualche ora questo meccanismo. Non serve un grande evento, non servono migliaia di euro e neppure un palco. Servono una strada, dei tavoli e persone disposte a sedersi insieme.
La strada smette temporaneamente di essere soltanto il luogo dove parcheggiare o transitare e torna a essere ciò che storicamente è stata nei nostri paesi: uno spazio di relazione.
Infatti, nel giro di un solo fine settimana a Montesilvano sono state organizzate due feste di quartiere. A Villa Verrocchio l’iniziativa è partita direttamente dai residenti di via Milano. Ottenuta la chiusura temporanea della strada al traffico, gli abitanti hanno sistemato una lunga tavolata per circa 70 persone.
Sotto il coordinamento di Mattia Di Francesco, Giampaolo Volante, Samuel Damiano, Domenico Cilli e Pietro Ianzi, ogni famiglia ha contribuito alla cena. Il menù aveva poco di formale e molto di abruzzese: pane e pomodoro, peperoni e uova, porchetta, arrosticini, spiedini di calamari e dolci casalinghi. Sono comparsi anche segnaposto realizzati a mano e un cartellone con le fotografie degli abitanti del quartiere. Un modo semplice per trasformare, almeno per qualche ora, una strada in uno spazio comune.
A Contrada San Giovanni si replica con musica e famiglie. Quasi contemporaneamente un’altra festa è stata organizzata dai residenti di un complesso in Contrada San Giovanni, nella zona collinare. Anche qui cibo, musica dal vivo, bambini e adulti insieme.
L’assessore comunale Francesco Di Pasquale, presente alle due iniziative, ha sottolineato proprio l’effetto nostalgia di queste serate: «Ci fanno tornare indietro di anni». Ma forse l’aspetto interessante è esattamente l’opposto.
Non è soltanto nostalgia. Potrebbe essere un’idea di città molto contemporanea.
A Pollutri i bambini tornano a giocare per strada
A Pollutri, comune di circa duemila abitanti, sono comparsi cartelli che invitano gli automobilisti a rallentare perché i bambini giocano ancora all’aperto. Il messaggio scelto dall’amministrazione comunale è semplice: meno tempo chiusi in casa con il cellulare e più possibilità di utilizzare gli spazi del paese.
«Gli spazi all’aperto non vanno ridotti e non va sottovalutata la loro importanza», sostiene il sindaco Luigi Gizzarelli, che rivendica la scelta di favorire il gioco libero, naturalmente nel rispetto delle regole stradali e della sicurezza. E Pollutri non si è limitata ai cartelli.
Nella piazza sono stati recuperati anche giochi che appartengono all’infanzia di altre generazioni: campana, quattro cantoni e scacchi, oltre alle giostrine. Il parco di Sant’Antonio è stato ristrutturato pensando ai più piccoli e l’amministrazione intende intervenire anche sulla villa comunale. La stessa attenzione riguarda la scuola: il plesso che ospita infanzia, primaria e secondaria è stato sottoposto a lavori antisismici ed è stato trasformato in un edificio NZEB, a consumo energetico quasi zero.
Il progetto che emerge è quindi più ampio del semplice invito a lasciare il telefono a casa: provare a costruire un paese nel quale una famiglia abbia voglia di crescere un bambino.
Paesi più vivi possono aiutarci contro lo spopolamento?
Sicuramente, una tavolata e qualche gioco in piazza non fermano lo spopolamento. Lo stesso approccio adottato dalla Regione Abruzzo per le aree interne punta infatti non soltanto sulla valorizzazione dei borghi, ma su occupazione giovanile, inclusione sociale, attrattività e rafforzamento dei servizi essenziali
Quindi servono lavoro, scuole, sanità, trasporti, abitazioni e connessioni digitali.
Ma c’è anche un’altra infrastruttura, molto meno visibile. La comunità.
Prima di vivere in un posto, ci si chiede sempre come si vive lì? I miei figli possono uscire? Conosco le persone che abitano accanto a me? Esistono luoghi dove incontrarsi? Se sono anziano e vivo solo, qualcuno si accorge di me? C’è una comunità oppure soltanto un insieme di abitazioni?
Quindi se i borghi abruzzesi diventassero dei luoghi di relazioni, qualcosa potrebbe cambiare? Qui potrebbe esserci un’opportunità interessante soprattutto per i piccoli centri.
Le città difficilmente possono competere con un borgo sulla tranquillità, sul rapporto con la natura o sulla facilità con cui una piazza può diventare luogo d’incontro. I borghi, al contrario, non possono pensare di competere con le città fingendo di essere piccole metropoli. Potrebbero invece trasformare alcune caratteristiche considerate per anni debolezze — dimensioni ridotte, ritmi più lenti, vicinanza tra le persone — in elementi di attrattività.
Una cena di comunità ogni mese. Strade temporaneamente restituite ai bambini. Giochi tradizionali nelle piazze. Cinema all’aperto. Orti condivisi. Laboratori tra anziani e ragazzi. Giornate senza smartphone. Tavolate alle quali far sedere insieme residenti storici e nuovi arrivati. Non come eventi una tantum, ma come politica continuativa di comunità.
Un modello che potrebbe essere apparentemente paradossale, sarebbe quello di borghi tecnologicamente connessi per poter lavorare e accedere ai servizi, ma socialmente organizzati per non vivere soltanto attraverso uno schermo.
Ed è per questo che le tavolate di Montesilvano e i bambini di Pollutri raccontano qualcosa di più grande di una cena o di un gioco. Nell’epoca in cui siamo sempre connessi, l’Abruzzo potrebbe riscoprire proprio la sua caratteristica più antica come strumento per il futuro: far incontrare di nuovo le persone.





