Il bambino si annoia al ristorante? Smartphone. Piange in macchina? Tablet. La fila al supermercato diventa troppo lunga? Un video. Fa i capricci? Ancora uno schermo.
Funziona. Ed è probabilmente proprio questo il problema.
Smartphone e tablet riescono a catturare rapidamente l’attenzione dei bambini e sono diventati strumenti sempre più utilizzati dagli adulti per superare quei piccoli momenti di crisi della quotidianità familiare. Sono i cosiddetti “ciucci digitali”.
Smartphone come “ciucci digitali”: l'allarme dei medici
A richiamare l’attenzione sul fenomeno a Pescara è Elisabetta Berenci, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria infantile dell’ospedale di Pescara.
Il punto, chiarisce la specialista, non è sostenere che smartphone e tablet provochino i disturbi del neurosviluppo né demonizzare una tecnologia con la quale inevitabilmente i bambini cresceranno.
La domanda è un’altra: quanto spazio sta togliendo lo schermo alle esperienze di cui un bambino ha bisogno per imparare a parlare, concentrarsi, muoversi, gestire le proprie emozioni e relazionarsi con gli altri?
L’esposizione agli schermi comincia molto presto. Secondo i dati richiamati dalla Neuropsichiatria infantile pescarese, circa otto bambini italiani su dieci tra i 3 e i 5 anni sarebbero già capaci di utilizzare il cellulare dei genitori. Circa il 30% dei genitori ricorrerebbe allo smartphone per distrarre o calmare il bambino già durante il primo anno di vita, percentuale che arriverebbe al 70% nel secondo anno.
Numeri significativi perché proprio nei primi anni si costruiscono competenze fondamentali come linguaggio, attenzione, regolazione emotiva, capacità motorie e relazione con gli altri.
La Società Italiana di Pediatria raccomanda di evitare i dispositivi sotto i 2 anni, limitarli a meno di un’ora al giorno tra 2 e 5 anni e mantenere la supervisione dell’adulto. Tra le indicazioni figurano anche l’assenza di dispositivi durante i pasti e prima di dormire e la promozione di gioco creativo, lettura e attività all’aperto.
Perché diamo il cellulare ai bambini per calmarli?
La risposta più semplice potrebbe essere anche la più realistica: perché funziona immediatamente.
Uno smartphone è piccolo, sempre disponibile, non sporca, non occupa un tavolo, non richiede di preparare un’attività e offre una quantità praticamente infinita di immagini, suoni e contenuti.
Per un genitore stanco può rappresentare una soluzione formidabile. Non serve quindi trasformare il problema in un’accusa verso mamme e papà.
Le famiglie devono spesso conciliare lavoro, casa, spostamenti, figli e impegni con reti familiari di supporto che non sempre sono disponibili. Dieci minuti di tranquillità al ristorante o durante un viaggio possono sembrare preziosissimi.
C’è poi un altro aspetto. Un bambino che gioca non è necessariamente immobile e silenzioso. Fa domande, sposta oggetti, inventa, si alza, chiede la partecipazione dell’adulto, si annoia, sbaglia e ricomincia.
Lo smartphone può invece produrre per qualche minuto una condizione apparentemente ideale: il bambino resta fermo e concentrato. Ma essere immobili e assorbiti da uno schermo non equivale necessariamente a vivere l’esperienza più utile in quel momento.
Perché non puntiamo più sul gioco? Forse non abbiamo smesso di considerarlo importante. È cambiato il mondo nel quale dovrebbe avvenire. Il gioco libero richiede tempo, spazio e perfino noia.
Molti bambini trascorrono meno tempo nei cortili, nelle strade o negli spazi nei quali un gruppo di coetanei poteva organizzarsi autonomamente. Le giornate sono più strutturate e gli adulti possono percepire come meno sicuro lasciare i bambini liberi di esplorare fuori casa. Anche dentro casa il gioco ha un costo organizzativo: mattoncini sul pavimento, colori, fogli e costruzioni da lasciare a metà. Il telefono non occupa spazio, non deve essere rimesso a posto e soprattutto non chiede al bambino di inventare cosa fare.
La noia non è necessariamente un problema. Abbiamo iniziato a considerare la frase “mi annoio” come una richiesta alla quale l’adulto deve rispondere immediatamente: con un’attività, un giocattolo, un cartone o uno smartphone. Eppure proprio il tempo non organizzato può diventare lo spazio nel quale il bambino cerca autonomamente qualcosa da fare.
Le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per i bambini sotto i cinque anni promuovono più attività fisica ed esperienze interattive senza dispositivi, come lettura, racconto, canto e puzzle. Per i bambini di un anno lo screen time sedentario non è raccomandato; a 2 anni e tra 3 e 4 anni l’OMS indica un massimo di un’ora, sottolineando che meno è meglio.
La Società Italiana di Pediatria richiama a sua volta l’importanza di attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo.
Il problema, quindi, non è semplicemente togliere lo smartphone. È capire cosa mettere al suo posto.
Come insegnare di nuovo a un bambino a giocare?
Se un bambino è abituato ad avere continuamente uno stimolo – digitale oppure fornito dall’adulto – non è realistico aspettarsi che da un giorno all’altro trascorra un’ora da solo con quattro costruzioni.
Il gioco autonomo può essere allenato gradualmente. L’adulto può inizialmente rimanere vicino senza decidere continuamente cosa debba fare il bambino. Invece di costruire noi la torre, possiamo iniziarla. Invece di inventare tutta la storia, possiamo mettere un pupazzo accanto a una macchinina e lasciare che sia lui a decidere cosa accadrà.
Progressivamente l’adulto può allontanarsi, continuando a essere disponibile. L’obiettivo non è lasciare solo il bambino, ma fargli sperimentare che può sviluppare un gioco anche senza qualcuno che lo intrattenga continuamente.
Un’altra strategia consiste nel ridurre la quantità di oggetti contemporaneamente disponibili. Una stanza piena di giochi non garantisce necessariamente una maggiore capacità di giocare.
Si possono lasciare poche alternative ed effettuare periodicamente una rotazione dei giocattoli. Un oggetto conservato per qualche settimana può tornare interessante quando ricompare. Si può anche preparare un piccolo “invito al gioco”: alcuni mattoncini già posizionati, un foglio con due colori oppure animali disposti come se stessero iniziando una storia.
Basta offrire un punto di partenza. E quando arriva il fatidico “mi annoio”, non è sempre necessario intervenire immediatamente. Il bambino può protestare, ma può anche scoprire che non avere qualcosa da fare per qualche minuto non rappresenta un’emergenza. Ed è proprio lì che può iniziare un gioco inventato.
Al ristorante come facciamo senza smartphone? È qui che la teoria incontra la vita reale. Eliminare lo schermo senza preparare nessuna alternativa rischia semplicemente di trasformare una cena in una battaglia.
Una soluzione può essere una piccola “borsa delle attese” utilizzata soltanto fuori casa: taccuino, matite, adesivi, carte illustrate, un libretto o qualche piccolo gioco adeguato all’età.
Non tutto deve essere acquistato. Si può giocare anche con ciò che abbiamo intorno. «Quante sedie riesci a contare?», «Trovi tre oggetti rotondi?» oppure «Quale piatto pensi arriverà per primo?».
Per i bambini un po’ più grandi si può organizzare una piccola caccia al tesoro visiva: trovare una pianta, un cameriere con un vassoio, un particolare bicchiere o qualcuno con una maglia blu. Non manterrà necessariamente un bambino occupato per tutta la cena.
Ma proprio questo è il punto: l’obiettivo non dovrebbe essere ottenere due ore di silenzio. Anche parlare, osservare ciò che accade e partecipare alla conversazione familiare fanno parte dell’esperienza.
E durante un viaggio in macchina, treno o aereo? Per i bambini più grandi si possono utilizzare audiolibri e storie audio, che intrattengono senza richiedere di fissare continuamente uno schermo.
Poi ci sono lavagnette da disegno, piccoli libri, giochi magnetici e soprattutto i vecchi giochi che non hanno bisogno di batterie: trovare una macchina di un determinato colore, indovinare un animale, inventare una storia a turno oppure osservare ciò che cambia fuori dal finestrino. In un viaggio lungo non è necessario trasformare ogni minuto in un’attività.
Smartphone e tablet faranno parte della vita dei bambini e possono offrire anche opportunità di apprendimento, comunicazione e condivisione.
Il problema, sottolinea Berenci, riguarda soprattutto un utilizzo troppo precoce, prolungato, passivo e non accompagnato dall’adulto. Un bambino non deve essere necessariamente intrattenuto in ogni momento della giornata.
A volte può bastare lasciargli qualcosa che oggi rischia di diventare molto più raro di uno smartphone: il tempo per inventarsi da solo cosa fare.





