Prima le edicole. Adesso anche i bar. A scomparire sono soprattutto i bar tradizionali, quelli del caffè al bancone, della colazione, della partita commentata con gli amici e del tavolino dove ci si incontra quasi ogni giorno.
In Abruzzo ne sono scomparsi 460 tra il 2019 e il 2025. Nel 2019 le imprese del settore registrate nelle Camere di commercio erano 4.097. Nel 2025 sono scese a 3.637. Significa una perdita dell’11,2% e, in media, circa 92 attività all’anno: quasi otto bar al mese.
In Abruzzo chiudono quasi 8 bar al mese: perché stanno chiudendo tanti bar?
Secondo le stime di Confesercenti, quelle 460 saracinesche abbassate equivalgono a circa 138 milioni di euro di giro d’affari perso sul territorio. E c’è un dato che rende ancora più evidente la particolarità abruzzese: la regione continua ad avere 2,9 bar ogni mille abitanti, contro una media nazionale di 2,5, ma il ritmo con cui stanno scomparendo è decisamente superiore a quello medio del Mezzogiorno.
Il fenomeno riguarda tutta la regione, ma non con la stessa intensità. La provincia più colpita è L’Aquila, che rispetto al 2019 ha perso 164 bar, con una diminuzione del 14,4% e un giro d’affari venuto meno stimato in circa 49 milioni di euro. Segue Teramo, dove le attività sono passate da 989 a 859: 130 bar in meno, pari a una flessione del 13,1%. In provincia di Chieti si è passati da 1.054 a 960 attività, con 94 bar in meno e un calo dell’8,9%. Il Pescarese registra invece 72 chiusure: da 913 bar del 2019 agli 841 del 2025, con una contrazione del 7,9%. Il problema, quindi, sembra diventare più evidente man mano che ci si sposta verso le aree interne. Ma neppure i capoluoghi sono immuni.
La fotografia nazionale elaborata da Confesercenti individua una combinazione di fattori che rende sempre più complicato sostenere economicamente il tradizionale bar italiano.
Il primo riguarda i costi di gestione. Energia e materie prime pesano sui bilanci di attività che spesso lavorano con scontrini di pochi euro. A questo si aggiunge il costo del personale in un settore ad alta intensità di manodopera.
Poi c’è il cliente. L’aumento del costo della vita e la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie possono incidere anche sui piccoli consumi quotidiani. Una colazione o un caffè sembrano spese minime prese singolarmente, ma sono anche tra quelle più facilmente riducibili quando il bilancio familiare diventa più stretto.
Anche le nostre abitudini sono cambiate. È cambiato come viviamo le città. Lo smart working ha ridotto parte dei flussi quotidiani di lavoratori in alcuni quartieri e centri direzionali. Le abitudini di consumo si distribuiscono diversamente durante la giornata e la distribuzione moderna e i servizi di consegna competono per una quota crescente della spesa alimentare.
Il risultato è particolarmente delicato per il bar tradizionale. Perché il suo modello economico si basa spesso su tantissime piccole transazioni ripetute ogni giorno. Se diminuiscono le persone che fanno colazione, prendono il caffè durante la pausa o si fermano tornando dal lavoro, possono bastare pochi clienti persi ogni giorno per rendere più fragile un’attività.
Quando chiude l’ultimo bar di un paese cosa rimane? In una grande città perdere un bar significa avere un locale in meno. In un piccolo comune può significare perdere uno degli ultimi luoghi nei quali incontrarsi. Il bar può essere il posto dove leggere il giornale, scambiare due parole, chiedere un’informazione, incontrare qualcuno o semplicemente vedere altre persone.
Non è un servizio pubblico e rimane un’impresa privata che deve produrre reddito. Ma nei territori più piccoli finisce spesso per svolgere anche una funzione sociale che va oltre la vendita del caffè. Ed è qui che la storia dei bar comincia ad assomigliare molto a un’altra crisi che abbiamo già raccontato. Quella delle edicole.
Prima le edicole, adesso i bar: è la stessa crisi?
In parte sì. In Abruzzo anche le edicole sono state progressivamente ridotte e il tema è arrivato negli anni fino al Consiglio regionale, dove già nel 2023 veniva riconosciuto esplicitamente il loro ruolo di presidio sociale sul territorio.
Bar ed edicole hanno qualcosa di importante in comune: sono attività che appartengono alla vita quotidiana dei quartieri e dei piccoli paesi. Quando scompare una singola attività può sembrare un normale avvicendamento commerciale. Quando ne scompaiono decine o centinaia, invece, cambia il territorio.
La strada ha una saracinesca chiusa in più. Ci sono meno persone che la percorrono. Si riducono servizi e occasioni di incontro. E un paese già alle prese con lo spopolamento diventa un po’ meno attrattivo per chi dovrebbe decidere di restare.
Ma bar ed edicole non stanno chiudendo per gli stessi motivi. C’è una differenza fondamentale.
La crisi delle edicole è strettamente collegata anche alla trasformazione del prodotto che vendono: l’informazione si è progressivamente spostata verso smartphone, siti internet e social network e le vendite della carta stampata hanno subito una lunga contrazione. Il bar vende invece qualcosa che internet non può sostituire completamente. Possiamo preparare il caffè a casa. Ma non possiamo scaricare da un’app il caffè preso con un amico al bancone.
Per questo la crisi dei bar appare soprattutto come un problema di sostenibilità economica e di trasformazione delle abitudini, più che di scomparsa del prodotto. Ed è anche la ragione per cui potrebbe esserci maggiore spazio per reinventare queste attività.
Come si può fermare la scomparsa dei bar?
La prima proposta avanzata da Confesercenti riguarda la creazione di zone economiche speciali di prossimità. L’associazione sta sostenendo una proposta di legge di iniziativa popolare dedicata alla rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di vicinato. L’idea di fondo è semplice: se un’attività commerciale produce anche un valore per il territorio nel quale opera, soprattutto nelle zone a rischio desertificazione, bisogna creare condizioni economiche che le permettano di restare aperta.
Tra gli strumenti indicati ci sono una riduzione dei tributi locali e della pressione fiscale e misure che favoriscano la permanenza e la nascita di attività nei centri storici, nei quartieri e nelle aree più fragili.
C’è poi una seconda strada. Cambiare il bar senza cancellare il bar. Secondo Fiepet-Confesercenti, per molte attività può diventare importante ampliare l’offerta: dalla trasformazione in bar-pasticceria all’introduzione di servizi aggiuntivi. Il principio è particolarmente interessante nei piccoli comuni.
Se il problema di un borgo è che progressivamente perde banca, edicola, negozi e altri servizi, il bar rimasto potrebbe diventare un luogo capace di concentrare più funzioni. Non significa trasformare ogni caffetteria in uno sportello amministrativo. Significa chiedersi se il commercio di prossimità possa evolvere nello stesso modo in cui si sta cercando di ripensare il futuro delle edicole: meno attività fondate su un solo prodotto e più presìdi capaci di offrire servizi alla comunità.
Salvare un bar significa salvare un’impresa o un paese? Probabilmente entrambe le cose, soprattutto nei centri più piccoli. Perché nessun incentivo può mantenere artificialmente aperta per sempre un’attività che non ha più clienti.
Ma è altrettanto vero che esiste un circolo difficile da spezzare. Meno abitanti significano meno clienti. Meno clienti significano meno attività. Meno attività significano meno servizi. E meno servizi rendono quel territorio ancora meno attrattivo per chi dovrebbe decidere di viverci.
I 460 bar scomparsi dall’Abruzzo raccontano qualcosa di più di una crisi commerciale. Raccontano anche come stanno cambiando i nostri paesi e i nostri quartieri. Forse il futuro dei borghi non dipenderà da un espresso. Ma se dopo la scuola, la banca, il negozio e l’edicola chiude anche l’ultimo bar, la domanda diventa inevitabile: quanto può continuare a vivere un paese quando non rimane più nemmeno un posto dove incontrarsi?





